Rapporto Istat 2026: l’AI nelle imprese italiane triplica, ma alle PMI mancano le competenze

Gaia Banfi
Rapporto Istat 2026 l AI nelle imprese italiane triplica, ma alle PMI mancano le competenze
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Tra il 2023 e il 2025 la quota di imprese italiane che utilizzano almeno una tecnologia di intelligenza artificiale è più che triplicata, passando dal 6% al 16,4%.

Il dato arriva dal Rapporto annuale 2026 dell’Istat, presentato a Roma il 21 maggio. Dietro la media si nasconde però una spaccatura profonda tra grandi imprese e piccole realtà.

Un’adozione a due velocità

Le grandi imprese, con 250 o più addetti, adottano l’AI nel 53% dei casi. Le medie imprese, tra 50 e 249 addetti, si fermano al 27%.

Le piccole imprese fino a 49 addetti raggiungono solo il 14,2%. Il divario, quindi, cresce man mano che diminuisce la dimensione aziendale.

Nel frattempo altre tecnologie digitali avanzano: l’uso dell’analisi dei dati è passato dal 26,6% al 42,7% in due anni, mentre i sistemi ERP sono cresciuti dal 33% a quasi il 50% tra il 2021 e il 2025.

Il vero freno è il capitale umano

Quando alle PMI che hanno valutato l’AI senza adottarla si chiede quale sia l’ostacolo principale, la risposta è una sola: la mancanza di competenze interne.

Non i costi della tecnologia, non l’incertezza sui ritorni. Più della metà delle imprese con meno di 250 addetti indica proprio le competenze come barriera principale.

L’Istat segnala anche che l’età media degli addetti e l’anzianità nel ruolo sono associate a una minore propensione all’adozione dell’AI.

Chi investe nelle persone corre di più

Le imprese con una quota maggiore di laureati registrano un tasso di adozione dell’AI di 8,8 punti percentuali superiore rispetto a quelle con la quota più bassa.

Per le aziende con più professioni qualificate, come specialisti e tecnici, il vantaggio è di 5,2 punti percentuali. Sull’indice generale di digitalizzazione il divario sale a quasi 11 punti.

Il capitale umano non è solo un fattore di produttività: è ciò che permette a un’impresa di adottare le tecnologie che, a loro volta, generano produttività.

Dove resta indietro l’Italia

Il Rapporto segnala due ritardi strutturali. La spesa in Ricerca e Sviluppo resta sotto l’1,5% del PIL, mentre la Germania è al 3,1%, la Francia al 2,2% e la Spagna ha appena raggiunto la stessa soglia italiana.

La diffusione delle tecnologie più avanzate rimane concentrata nelle grandi imprese: quattro grandi aziende su cinque hanno introdotto innovazioni nel triennio 2020-2022.

Per le PMI la strada indicata dai dati passa dalla formazione e dalla riqualificazione del personale già in azienda, più che dal semplice acquisto di software.

Articolo originale: wtraining.it

Gaia BanfiLumenIA
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